Cibi biologici importati: regole e controlli

Cibi biologici importati: regole e controlli
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Introduzione
Da giugno 2012 è in vigore un nuovo regolamento europeo per definire in modo preciso i meccanismi di verifica, certificazione e controllo dei cibi biologici importati. La questione, infatti, doveva essere normata, in modo da poter fornire garanzie sulla qualità dei prodotti venduti come biologici anche nel caso di alimenti, come caffè, cacao, tè o frutti esotici, che per motivi climatici non possono essere prodotti all’interno dell’Europa e devono essere importati da fuori. Possiamo quindi acquistarli tranquillamente?
Solo prodotti certificati
L’idea di base è semplice: gli alimenti biologici che provengono da Paesi terzi possono essere distribuiti all’interno del mercato europeo se sono stati coltivati o prodotti alle stesse condizioni, o in condizioni equivalenti, rispetto a quanto si fa in Europa. Questo significa che devono provenire per almeno il 95% da ingredienti prodotti secondo i dettami di un’agricoltura sostenibile per l’ambiente, che evita il ricorso a sostanze di sintesi per fertilizzare il terreno e combattere malattie e parassiti delle piante, rispetta il ciclo naturale delle coltivazioni e protegge sia il benessere degli animali che la biodiversità. Vietato anche il ricorso agli Ogm.
Secondo le direttive europee il logo che certifica la produzione secondo sistemi biologici dei prodotti deve essere apposto su tutti gli alimenti che provengono dal Continente, ma rimane facoltativa per quelli importati. È però obbligatorio riportare sull’etichetta il luogo di origine degli ingredienti.
Chi controlla?
Prima del nuovo regolamento, l’importazione dei prodotti bio era consentita solo da Paesi riconosciuti dall’Unione Europea o in cui la produzione era direttamente controllata dagli Stati che ad essa appartengo, tramite un meccanismo di licenze volto a garantire ai consumatori che gli alimenti importati fossero prodotti secondo le regole dettate dall’Europa. Oggi si è stabilito un nuovo regime di importazione, che prevede la concessione dell’autorizzazione direttamente ai Paesi importatori, in modo che provvedano autonomamente alla regolamentazione e ai controlli delle aziende che operano sul loro territorio.
Un sistema quindi che se da una parte vuole “responsabilizzare” i produttori locali, dall’altra può comportare dei rischi per il consumatore, se il processo di verifica e certificazione non è fatto a dovere presso il Paese di provenienza delle merci.
L'Europa vigila
In realtà il vecchio meccanismo delle licenze non è stato del tutto abbandonato, nel senso che i Paesi non europei che sono stati in passato considerati “equivalenti” a quelli continentali per quanto riguarda la capacità di produrre in modo controllato e certificato alimenti bio, sono soggetti a un periodo di prova per tre anni. Si sono definiti anche dei limiti per alcune categorie di prodotti o lavorazioni. Dopo i tre anni viene concessa una proroga, ma non è previsto che sia illimitata, né le autorizzazioni concesse dai singoli Stati membri dell’Unione possono esserlo. Se infatti questi Paesi non forniscono sufficienti informazioni e garanzie, possono vedersi revocare l’autorizzazione, su cui alle frontiere ci sono controlli stretti.
Argentina, Australia, Canada, India, Giappone e Stati Uniti, per citare solo i Paesi esportatori principali, si sono quindi dotati di norme per la produzione e di organismi di controllo.
Insomma, l’Europa ha definito norme precise per regolamentare il settore delle importazioni dai Paesi terzi, in modo da garantire il consumatore, il quale da parte sua è sempre bene sia attento nel leggere l’etichetta e capire l’esatta provenienza di prodotti che acquista.

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