Locavori: la nuova frontiera del mangiare sano

Locavori: la nuova frontiera del mangiare sano
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Introduzione
Si definiscono con il brutto termine di locavori, ma rappresentano l’ultima tendenza in fatto di mangiare sano e, spesso, biologico. Si tratta di persone che si nutrono solo di cibi locali, prodotti nel raggio di non oltre 180-200 km da dove si trovano, evitando tutte le produzioni che provengono da altre parti del mondo, ma anche da altre regioni del Paese.
Un’alimentazione composta da cibi rigorosamente di stagione, quindi, che premia le piccole aziende agricole del territorio e ha come obiettivo quello di ridurre l’impatto sugli ecosistemi naturali dell’enorme rete di trasporto degli alimenti, che significa inquinamento e massicce emissioni di CO₂.
Come tutto è iniziato
Come spesso accade, tutto nasce da una sfida, quella di Jessica Prentice, che ha documentato nel suo sito www.locavores.com la scelta sua e di tre amici di provare per un mese a cibarsi solo di alimenti prodotti nell’arco di 100 miglia (poco più di 160 km) da San Francisco. Questo accadeva nel 2007. La cosa non ha solo funzionato, ma si è anche diffusa nel resto degli Stati Uniti e quindi in Europa molto velocemente tanto che, secondo il New Oxford American Dictionary, “locavoro” è stata la parola dell’anno proprio del 2007.
Niente caffè, tè o banane
Essere locavori vuol dire quindi dover rinunciare a molti degli ingredienti e dei cibi che sono ormai abituali sulle nostre tavole: il caffè e il cioccolato sono banditi, dato che provengono dal Sud America soprattutto, così come il tè, dall’Oriente, oppure i frutti esotici (ananas, banane, cocco, mango, papaya e così via). Lo stesso vale per i prodotti tipici delle varie regioni italiane: se non sei in Campania, la mozzarella di bufala è troppo lontana per poterla acquistare in loco, così come arance e limoni della Sicilia o della Calabria, i vini del Piemonte o la fontina di Aosta.
Secondo Slow Food, che ha espresso perplessità su questo stile di vita, mangiare solo locale vuol dire rinunciare anche a tutto ciò che il cibo rappresenta: non solo energia per vivere, ma anche lo specchio della cultura di un popolo, delle sue abitudini e tradizioni, perdendosi quindi tutta la diversità e la complessità che il genere umano esprime.
Un sostegno all’economia locale, non sempre al portafoglio
Mangiare solo cibi prodotti nel raggio di poche decine di chilometri da casa significa, naturalmente, favorire le piccole e medie produzioni locali, evitando di ricorrere alla grande distribuzione che importa prodotti da tutto il mondo secondo le logiche della migliore convenienza possibile dal punto di vista dei costi. Il sostegno al territorio e ai suoi protagonisti, soprattutto aziende agricole, è di per sé un fattore positivo, in grado di supportare una produzione meno massificata e spesso di nicchia, che non gode dei profitti delle grandi multinazionali. Ma può comportare un maggiore esborso per i consumatori, dato che i prezzi tendono a non essere livellati dalla concorrenza che caratterizza i normali circuiti di vendita e non è possibile fare economie di scala che abbassino i costi di produzione.
Ma fa davvero bene alla natura?
Ci sono voci discordanti nel coro a proposito della scelta di mangiare solo cibi locali, secondo cui c'è il rischio di aumentare l’impiego di pesticidi, fertilizzanti, ma anche l’uso di acqua e le emissioni di gas nocivi all’ambiente.
Innanzitutto esistono delle differenze tra le varie parti del mondo in relazione alle capacità produttive, sia a livello di quantità che di qualità coltivate. Ci sono, cioè, terreni più fertili e altri meno, alcuni in grado di far crescere ottime varietà di riso e altre di grano, per esempio. Per questo motivo è bene continuare a coltivare certi ortaggi, pensiamo agli agrumi, nelle regioni in cui le condizioni climatiche e di suolo sono congeniali, per poi esportarli per i consumatori distanti, piuttosto che forzare un terreno inadatto a produrre qualcosa di non idoneo, impiegando serre, per avere la giusta temperatura, oppure grandi quantità di sostanze che aiutano la crescita e uccidono i parassiti. Pretendere quindi di azzerare i costi e l’inquinamento causati dal trasporto delle derrate alimentari, cercando di coltivare in loco tutto il necessario, potrebbe rivelarsi controproducente per l’ambiente.
In tal senso può essere utile un sistema di scambio tra i produttori locali, attraverso meccanismi di distribuzione ragionati, che evitino tutti i chilometri non necessari.

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