Mense scolastiche bio: a che punto siamo?

Mense scolastiche bio: a che punto siamo?
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Introduzione
Si sta gradualmente affermando nel nostro Paese l’idea di offrire nelle mense delle scuole prodotti e ingredienti da coltivazioni o allevamenti biologici. L’obiettivo non è solo quello di permettere ai bambini e ai ragazzi di mangiare alimenti più sani e controllati, ma anche di favorire un approccio più consapevole nei confronti di quello che mettiamo in tavola, per sviluppare in modo concreto i principi dell’educazione alimentare.
1.200 scuole in tutta Italia
La prima grande città a partire è stata la Capitale, nel 2001, servendo pasti bio in alcune delle sue scuole. Dopo dieci anni il 70% di tutti i piatti serviti si basava su prodotti biologici.
Nelle Marche esiste un’apposita legge regionale, già del 2002, per incentivare l’uso di prodotti bio nelle mense delle scuole. Alla fine del 2010 erano 51 gli istituti coinvolti. Anche l'Emilia-Romagna ha fatto da apripista in questa trasformazione, così come Veneto, Marche, Basilicata e Toscana, mentre il Friuli ha espresso questo orientamento a livello legislativo ben due anni prima.
La vera accelerazione è stata però in questi ultimi anni. Secondo una ricerca di Nomisma, tra il 2008 e il 2013 le mense bio sono aumentate di più del 50%, giungendo a quota di circa 1.200, in prevalenza nelle regioni del Nord Italia. I prodotti serviti sono frutta e verdura in primis, ma anche carne, yogurt, latte, uova e olio.
Questi numeri parlano quindi di un trend di crescita significativo, che ha trovato dei referenti anche presso le istituzioni politiche, con l’obiettivo di rendere obbligatoria in tutti gli istituti scolastici, dagli asili nido alle università, l’introduzione di cibo di qualità e di incentivare l’uso di prodotti tipici della dieta mediterranea.
Bene per gli studenti, ottimo per l’ambiente
Mense biologiche non vuol dire solo cibo sano, ma anche sostenibilità a 360°. Di solito, almeno nel 70% dei casi, si accompagna infatti all’utilizzo di acqua del rubinetto e non confezionata, con conseguente risparmio di plastica e inquinamento da trasporto delle bottiglie, in favore di qualcosa di controllato, certificato e altrettanto, se non più, salutare. Inoltre, la scelta di prodotti bio fa bene anche all’ambiente, non solo perché si basa su metodi di coltivazione che non utilizzano concimi e pesticidi di sintesi, ma anche perché si lega a una maggiore consapevolezza dell’impatto delle attività umane sulla natura e prevede in molti casi delle precise politiche di raccolta differenziata dei rifiuti.
Infine, è vantaggiosa anche per l’economia locale: mangiare cibi di qualità si traduce spesso nella ricerca di prodotti del territorio, stagionali e coltivati dalle aziende che si trovano a poca distanza dal complesso scolastico. Si abbattono così i consumi legati al trasporto delle merci, si propongono cibi freschi, che conservano tutte le proprietà nutrizionali (discorso valido soprattutto per la frutta e la verdura, in cui vitamine e altre sostanze tendono a degradarsi in tempi rapidi), e si stimolano e sostengono le imprese locali, responsabili anche della vitalità del paesaggio agricolo.
Ma davvero costa di più?
Spesso il criterio di assegnazione per gli appalti alle aziende che forniscono i pasti alle mense scolastiche - se si tratta di un servizio esterno - è quello del minor costo. Questo esclude, o riduce di molto, quindi la presenza di prodotti bio. Ma è davvero più cara una mensa basata su questo tipo di alimenti? A Roma, con l’introduzione del bio, il costo è salito del 15% (circa 20 centesimi in più a famiglia da pagare), ma in altri casi i comuni hanno saputo compensare gli aumenti grazie ad accorgimenti semplici quanto efficaci: eliminare stoviglie e piatti di plastica in favore di quelli riutilizzabili, servire meno la carne, che ha comunque un prezzo elevato, magari in favore dei legumi, altrettanto utili per l’apporto giornaliero di proteine, oppure puntare in modo deciso sui produttori locali, con cui fare accordi tali da consentire un risparmio proprio in virtù della vicinanza e della quantità di merci acquistate, per fare solo alcuni esempi.

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