Semi vietati: le nuove leggi UE sulle sementi

Semi vietati: le nuove leggi UE sulle sementi
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Per imporre elevati standard di qualità in materia agricola e incrementare la sicurezza dei prodotti, a maggio del 2013 l’Unione Europa ha lanciato una proposta, in breve denominata "Plant Reproductive Material Law", per regolamentare il commercio delle sementi. Nessun cambiamento per quanto riguarda i piccoli produttori in proprio, come chi ha un orto domestico, un piccolo giardino sul balcone o un terreno che coltiva per il fabbisogno personale, che potrà invece continuare a comportarsi come sempre.
Nonostante la proposta debba ancora essere vagliata dagli organismi competenti e il cammino per diventare legge a tutti gli effetti sia ancora molto lungo (si parla del 2016), ha già suscitato tantissime critiche e proteste da parte delle associazioni di categoria in Italia, che temono pesanti multe per i produttori agricoli, l’invasione dei prodotti Ogm e in generale un orientamento sempre più massiccio verso le produzioni delle multinazionali.
Solo semi registrati per la produzione industriale
Il regolamento della Commissione europea in sostanza propone che buona parte dei semi, delle piante giovani, dei tuberi e di altri materiali per la riproduzione delle piante - in totale sono 150 le specie, quelle considerate più importanti - sia appositamente registrata per poter essere utilizzata. In tal modo le varietà saranno identificate in modo univoco e affidabile, come garanzia per i consumatori e la loro salute.
Obiettivo dichiarato è dare regole più semplici e più flessibili, aggiornate rispetto alle 12 direttive risalenti agli anni Sessanta in materia, che siano in grado di rendere conto degli sviluppi che l’agricoltura ha vissuto nel frattempo, potenziando la biodiversità, ma anche introducendo nuove varietà migliorate e certificate.
Non si avrà però l’obbligo di acquistare e utilizzare solo le varietà registrate. Innanzitutto perché rimarrà possibile l’impiego di quelle non certificate, o standard (pur lasciando aperta la strada a una futura definizione di quali specie dovranno essere destinate al mercato solo se soggette a registrazione). In secondo luogo, perché le varietà tradizionali, che sono uno degli assi portanti del commercio delle sementi in Europa, godranno di uno speciale regime semplificato di registrazione, che non passerà attraverso i controlli previsti per le altre, ma che si baserà solo sulla descrizione della specie a partire da vecchie registrazioni o dalla pratica comune.
Chi è coinvolto
La nuova normativa prevede l’obbligo di registrazione solo per le medie e grandi imprese agricole, mentre quelle micro (con meno di dieci dipendenti e un fatturato inferiore a 2 milioni di euro l’anno, che producono per un mercato locale) potranno continuare a utilizzare sementi non certificate e non pagheranno alcun costo di registrazione se e quando decideranno di registrarle.
Inoltre, per coloro che operano nel settore dell’agricoltura biologica, la proposta dell’UE non ha escluso la possibilità di impiego di materiale eterogeneo, rimandando però a un futuro secondo regolamento l’esatta definizione dei requisiti e delle norme. Chi produce o utilizza sementi bio, infatti, si rivolge a varietà meno standardizzate, dato che i semi sono coltivati senza l’utilizzo di sostanze per concimare, fertilizzare e combattere malattie e parassiti, e quindi devono essere meno uniformi per potersi adattare alle caratteristiche del terreno di coltura, al clima e in generale alle specificità del luogo di produzione.
E il mio orto domestico?
La proposta di regolamentazione sulle sementi dell’Unione Europea si rivolge solo alla aziende agricole professionali, che producono e vendono derrate agricole. Nonostante i timori espressi da più parti sul fatto che lo scambio di semi tra privati potesse essere messo in discussione, in realtà esso non è oggetto della regolamentazione, per cui i singoli non hanno alcun obbligo di registrare le sementi, né di acquistare e utilizzare solo quelle certificate.
Tante le perplessità
Appena presentata la proposta si sono levate molte voci critiche, soprattutto da parte delle associazioni di categoria che tutelano gli interessi delle aziende agricole, e dai movimenti che sostengono la biodiversità e l’agricoltura biologica e sostenibile per l’uomo e l’ambiente. Slow Food, per esempio, vede nell’obbligo di regolamentazione e quindi selezione delle sementi una virata decisa verso varietà che necessitano di grandi quantità di prodotti chimici, mettendo in pericolo la salute dei consumatori e l’indipendenza dei produttori, mentre a beneficiarne sarebbero solo le multinazionali. Spaventate invece per i costi di registrazione e controllo le associazioni di categoria, perché non è chiaro chi dovrebbe sostenerli e c’è il timore vadano a gravare sugli agricoltori.

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